Sul tema della cosiddetta movida le città discutono molto, e in certi periodi più del solito. Questo accade anche ad Ancona. Con questo post, dopo aver partecipato a diverse discussioni e aver incontrato molte persone, cerco di tirare le fila dal punto di vista dell’assessore alla cultura, al turismo e alle politiche giovanili. Il discorso è molto esteso e soprattutto complesso – decine di fattori si intersecano – e dunque chiedo sin d’ora scusa se, soprattutto nella prima parte del post, parlerò di questioni che non è possibile approfondire se non con un vero e proprio trattato socio-economico che, peraltro, non sarei in grado di redarre. Divido comunque questo intervento in due parti: la prima riguarda il contesto generale, cioè la questione “movida” e locali in generale; la seconda individua le possibili connessioni tra ente pubblico, associazionismo e privati, con riguardo a uno specifico territorio: il nostro.

Per parlare del contesto generale, intendo citare alcuni dei fenomeni che, oggi, sono più incisivi. Il primo è, naturalmente, quello della sicurezza. La normativa attuale è particolarmente stringente e costringe tutti gli organizzatori (compresi gli enti pubblici) a rivedere le proprie modalità di lavoro, a rifare i conti economici, spesso a rinunciare a scommesse economiche che sarebbero troppo rischiose, e così via. Al momento, tale normativa non è accompagnata da un’adeguata formazione degli operatori, degli organizzatori e dei fruitori e perde così efficacia sul piano della consapevolezza e della crescita civile. Questo è un grande problema, che si collega al fatto che troppo spesso, oggi, si ragiona “come se non vi fosse un domani”, cioè rinunciando a priori a mettere in campo processi realmente strategici.

Il secondo fenomeno è economico. Chi lavora nel settore dell’intrattenimento e della vita serale e notturna, oggi, per lo più si barcamena. Nel corso degli ultimi anni, infatti, le forniture sono finite nelle mani della grande distribuzione, eliminando quasi del tutto quei fornitori all’ingrosso del territorio che rappresentavano un polmone e dei partner concreti, capaci di scommettere a loro volta su un’attività che intravedevano come foriera di buoni guadagni. Questo ha coinciso, nello stesso periodo, con una drastica diminuzione dei ricarichi sulla merce venduta al dettaglio, e, naturalmente con un livello di tassazioni legate sia all’esercizio del commercio (tasse tout court) sia all’esercizio dello spettacolo (siae). A questo si aggiungono i costi spropositati del sistema dello spettacolo che, privato del “prodotto” di una volta (il disco) e caratterizzato da un’altissima rotazione degli artisti (che durano mediamente molto poco) cerca di raccogliere tutto quel che può in pochissimo tempo dagli eventi.  La questione sicurezza, dunque, si inserisce in questo quadro economico e la coperta per chi intende lavorare nel settore (come d’altra parte accade in altri settori) è molto, molto corta. Tra le conseguenze, la riduzione delle attività e dei locali che abbiano la forza di sperimentare e cercare, rimanendo laterali al mainstream.

C’è un terzo fenomeno, ed è quello dell’età dei fruitori. Ragazzi molto giovani escono e fanno tardi la notte, passano serate nei locali. Lo facevano anche prima, ma non con il volume constatabile oggigiorno, anche perché il mercato viene loro (sfacciatamente) incontro e organizza tour appositi che, magari nello stesso giorno, vanno a toccare diverse località, per un pubblico che altrimenti sarebbe troppo giovane per trasferte di massa. In questi casi, si moltiplicano le uscite di chi dice che bisogna vietare i locali ai minori, o che bisogna farli chiudere tutti alle undici di sera, o che bisogna sia vietarli ai minori sia dislocarli tutti in sottospeci di ghetti del divertimento, come qualcosa di trash e irrecuperabile. Sono convinto che sia sbagliatissimo ragionare il questo modo. Va, al contrario, impostato un lavoro che permetta ai ragazzi di essere consapevoli rispetto ai luoghi che frequentano; vanno pensati (e vanno incentivati) locali idonei a questo nuovo pubblico, con spazi per accompagnatori e genitori, con offerte differenziate, con ambienti adatti, con lavoratori coscienti di chi si trovano davanti; va fatta formazione sui proprietari, sui dipendenti, sui gestori, sul pubblico, sugli organizzatori (partendo dal fatto che siamo pieni di professionisti eccellenti, bravissimi e attenti a queste cose che vado dicendo, e che il pubblico dei giovani in buona parte è strutturato bene). Va, insomma, dichiarata la fine del perenne stato d’emergenza in cui sembra versare il Paese quando si parla di queste cose. Nel nostro piccolo, con il comune di Corinaldo, stiamo ragionando a un laboratorio sul tema. Questo lavoro porterebbe a due conseguenze: un aumento complessivo della consapevolezza, e quindi della sicurezza; una crescita civile che migliorerebbe tutto il comparto negli anni, perché i clienti di oggi sono anche i lavoratori di domani.

C’è, infine, un altro fattore di cui è importante parlare. Quello della musica. La musica ha perso centralità nella concezione collettiva dello svago, e va riportata al suo posto. Si tratta di un tema culturale ampio, che si combatte con una strategia nazionale a sostegno della produzione di musica e della musica dal vivo, con una particolare attenzione alle giovani generazioni. Qualche anno fa ci provò Manuel Agnelli, chiamato a tal fine dal Ministro Bray. Anche altri ci provarono, ma c’è bisogno di un gran lavoro, in un paese dove chi si occupa di spettacolo spesso non sa nemmeno come registrarsi all’anagrafe.

E arrivo alla seconda parte del discorso. Che si fa?

Sul piano politico, a livello nazionale, sarebbe necessario spingere per la creazione di una legge dedicata al tema (non agli schiamazzi, ma a tutto il tema, con la musica al centro), una legge capace di indicare gli strumenti di sostegno alle attività che producano e programmano musica, di individuare gli incentivi giusti per chi decide di lavorare in un certo modo, di ribadire le regole sulla sicurezza, organizzarle un po’ meglio, e soprattutto far sì che le sanzioni per chi non le rispetta sia esemplari, cosa che, specie se affiancata alla giusta politica di incentivi e di promozione dell’attività, è perfettamente sana. Questa è una partita politica, che dagli enti locali, attraverso una serie di soggetti (come Anci, ma non solo) può tradursi in azione nazionale.

C’è, poi, un piano politico locale. A questo proposito, andiamo con ordine e vediamo prima cosa potrebbero fare i privati e le associazioni, per chiudere con le azioni possibili e quelle in atto dell’ente pubblico, in questo caso di Ancona.

I privati. Gli operatori del settore sono quasi tutti privati e lavorano per vivere. Cercano, cioè, un tornaconto, che può essere più o meno velato di obiettivi culturali, artistici, sociali. Questo non solo è legittimo, ma va assecondato (e più avanti provo a dire come). Tutti i fattori che ho elencato sopra, determinano una scarsa propensione dei privati a investimenti, ma questo non significa che non ve ne siano in giro di convinti, preparati, competenti, attrezzati per rischiare in proprio confidando in un ritorno. Qui, come altrove. In mancanza di un privato che abbia voglia di assumersi il rischio d’impresa, tutto è molto più difficile, perché questo – non dimentichiamolo – è un comparto economico. Per quel che mi riguarda, negli anni del mio assessorato ho ricevuto molti progetti temporanei – validi, belli, che hanno contribuito a far crescere la motivazione – che abbiamo sostenuto in varie forme, ma non ho mai ricevuto qualcuno che mi dicesse di voler “aprire un locale” e mi chiedesse se c’erano, o se potevano esserci, sostegni di qualsivoglia genere.

Le associazioni, dal canto loro, posso – aggregandosi magari – produrre progetti non estemporanei e trascinare l’ente pubblico e i privati nell’avventura. Ci sono alcuni esempi, oggigiorno, che a dire il vero non sono nuovi, anzi, affondano le radici in un’associazionismo particolarmente articolato che si conosceva qualche decennio fa. Ma questo non conta. Conta il fatto che si tratta di formule che sono tornate ad essere vive, perché ognuna delle parti, sostanzialmente, sopperisce alle mancanze dell’altra. Certo, il problema di questi progetti è la sostenibilità economica nel tempo: se ne iniziano molti, che poi si infrangono contro gli scogli della realtà. In ogni caso, le associazioni che vogliano intraprendere questa strada hanno tutte le possibilità di ricevere sostegno e partecipazione dall’ente pubblico, entro, ovviamente, i limiti del lecito. In particolare, questo sostegno deve essere sul progetto, o su uno dei progetti, anziché sul soggetto, perché altrimenti sarebbe facile incorrere in un sostegno che produce concorrenza sleale: insomma, non confondiamo i ruoli, perché l’ente pubblico non può gestire locali né scegliere a quale gestore di locale dare sostegno, ma eventualmente appoggiare progetti molto più articolati. Anche in questo caso, l’amministrazione di Ancona ad oggi non ha ricevuto progetti per attività permanenti, ma ha sostenuto quelle di carattere temporaneo che hanno dato vita ad aggregazioni di associazioni e soggetti privati e sviluppato manifestazioni temporanee d’interesse collettivo (esempio, Hip Nic).

Ora, veniamo agli enti pubblici.

Il primo compito dell’ente pubblico è quello di creare il fermento dal quale poi emergono le progettualità di cui sopra. Cioè, generare il senso di possibilità, da un lato, e (nel mio settore specifico) sviluppare politiche che producano musica, spettacolo, arte, etc., con tale continuità da attirare aggregazioni, privati, desiderio dei giovani, e quindi far sì che nascano cose. Se si alimenta il desiderio, le cose nascono per forza. Il compito dell’ente pubblico è far sì che la cultura coincida con un processo generativo costante, che produca cioè incessantemente desiderio. Concretamente, questo si esplica nei festival, nelle mostre, nei sostegni, nell’alzare l’asticella, e, soprattutto, nel produrre azioni che, come ho detto, siano generative e non sporadiche.

Il secondo compito dell’ente pubblico è quello di dotare il territorio di infrastrutture che permettano lo svolgersi di attività e il realizzarsi di progetti.

Il terzo compito dell’ente pubblico è quello di pretendere che gli organizzatori rispettino le regole, e utilizzino spazi e infrastrutture, e sviluppino progetti stando dentro questi limiti, per rispetto di tutti, dato che l’ente pubblico ha questa particolare controindicazione, si deve occupare di tutti e deve far sì che gli interessi differenti arrivino alla migliore sintesi possibile, e questo è possibile se anche gli organizzatori fanno la loro parte. Anzi, più un ente pubblico mette a disposizione, più ha il dovere di pretendere comportamenti adeguati, al fine di garantire rispetto per tutti.

Il quarto compito dell’ente pubblico potrebbe essere quello di strutturare appositi team di lavoro che siano in grado di mescolare competenze sui contenuti e competenze circa le strutture e gli spazi, affinché gli eventi di carattere temporaneo in locali non finiti possano avere svolgimento in sicurezza. Questa è una scommessa importante, avviata qualche tempo fa in alcuni Comuni italiani e di cui abbiamo parlato durante un incontro del GAI, e si può pensare a sperimentare una pratica di questo genere, anche se è piena di difficoltà burocratiche e amministrative.

Il quinto compito potrebbe essere quello di mettere a disposizione spazi di proprietà comunale, per determinate attività, con appositi bandi e apposite facilitazioni legate al valore sociale dei progetti che si riceveranno. Però non prendiamoci in giro: la maggior parte dei Comuni è ricca di spazi, ma si tratta quasi sempre di locali inagibili, da ristrutturare, che richiedono investimenti significativi, e che, se non si vincono bandi appositi, un ente locale non potrà mai risistemare adeguatamente e mettere a disposizione con tutti i crismi, quindi la sola soluzione, in questi casi, è quella di metterlo a bando così come è e sperare che il soggetto che partecipa sia disposto ad investire i soldi per ristrutturare, cosa abbastanza difficile. Se non ci si dice la verità su queste cose, non si esce dal circolo vizioso.

Il sesto compito dell’ente pubblico potrebbe essere quello di surrogare ad un’assenza dello Stato in materia di musica dal vivo (ad esempio) e di sostenere i locali (a norma) che fanno musica dal vivo con appositi bandi di finanziamento in base alla programmazione.

Il settimo compito dell’ente pubblico è quello di favorire l’aggregazione tra associazioni, tra privati e associazioni, la formazione di agglomerati di persone che siano in grado, assieme, di sviluppare progetti in tal senso. Così come è quello di pretendere che si vada oltre alla semplice questione “movida”, che è, sostanzialmente, una questione di mercato, se tira tira, se non tira non tira, e questo dipende soprattutto dagli operatori.

Ora, questo Comune in particolare prova ad essere attivo su tutti i punti suddetti (alcuni più, alcuni meno) come segue:

Per quel che concerne l’alimentazione del fermento cittadino, cresciamo ogni giorno grazie a un lavoro sulle infrastrutture istituzionali e a interventi di sostegno ai festival e alle attività temporanee, nonché alla creazione di nuovi contenitori come i festival Kum e La mia generazione, e al rafforzamento di altri, che generano tutti assieme a loro volta dinamiche importanti sul territorio. Un lavoro faticoso, non solo e non tanto economicamente, ma i cui frutti dovrebbero essere destinati a durare a lungo. Un lavoro non effimero.

Sul piano delle infrastrutture, si cerca sia di mettere il nostro teatro a disposizione delle iniziative (come macchina organizzativa e come ausilio tecnico), sia di dotare la Mole e i Musei di attrezzature e agibilità e dotazioni che permettono agli organizzatori di utilizzare gli spazi senza oneri particolari, e questo è stato uno dei punti forti del progetto con cui abbiamo partecipato al bando Valore Territori, che illustreremo entro il prossimo mese compiutamente, e che abbiamo costruito sulla base delle indicazioni degli operatori.

Sul piano delle regole, siamo ancora un po’ indietro, cioè non siamo ancora del tutto allineati con organizzatori e operatori che devono condividere con l’ente pubblico la responsabilità delle regole e non vivere l’ente pubblico come il babau che sorveglia. Si tratta di concertazione e di rispetto di tutti, e su questo saremo aperti (come regole) e inflessibili (come rispetto delle regole), perché è troppo facile a volte avere dall’ente pubblico uno spazio (ad esempio) e lasciarlo in condizioni impensabili quando si va via. E vi assicuro che succede molto spesso.

Sul piano dei team compositi di uffici, non siamo ancora strutturati, mi auguro ci arriveremo nell’arco di un anno circa. Per via empirica, alcuni passi avanti sono stati fatti, ad esempio nel caso del festival La mia generazione, che ha “stressato” una struttura in maniera anomala rispetto al solito e ha richiesto concertazione tra vari settori. Ma questa pratica va messa a disposizione degli organizzatori in diverse possibili sedi.

Sul piano del mettere a disposizione spazi, nell’ambito del cantiere della Mole stiamo progettando uno spazio dedicato alla musica (produzione, programmazione, spettacolo) come già annunciato qualche mese fa, prima delle elezioni. Accanto a questo, stiamo dotando altri spazi dell’agibilità necessario allo spettacolo dal vivo. Non sono “locali” ma sono luoghi di aggregazione attorno a temi, e di produzione musicale, nella città, perché un’altra stupidaggine è quella di “creare ghetti” di divertimento, come se i ragazzi la sera debbano stare rinchiusi. Verifichiamo altri possibili spazi, ma di proprietà comunali adatti che non richiedano investimenti ingenti non ve ne sono. Su questo, l’incontro con i privati e i volenterosi è passaggio fondamentale, perché ci permette, eventualmente, di considerare le loro opzioni e verificare come venir loro incontro.

Sul piano del sostegno alla musica dal vivo, è necessario lavorare a un bando apposito, anche se ora è difficile perché pochi sarebbero i locali che possono partecipare. Ma ci prepariamo.

Sul piano delle aggregazione e dei gruppi di stakeholders del comparto serale e notturno, dialoghiamo sempre e speriamo di farlo di più, ogni volta che possiamo, con i protagonisti del settore. Abbiamo già testimoniato la disponibilità a vagliare tutte le facilitazioni tecniche che il Comune è in grado di fornire agli operatori, entro ovviamente i limiti consentiti e nel rispetto dei diritti sia di chi lavora, sia di chi si diverte, sia di chi deve poter riposare.

Siamo (e sono, per le competenze del mio assessorato) pronti a sviluppare tavoli di confronto che, in realtà, per buona parte già esistono e hanno portato a bei risultati. Infatti, non sono tanto i tavoli da aprire, ma le azioni: la cosa che più conta è agire, ognuno per quello che gli spetta. Il ruolo che Ancona si sta ritagliando nel territorio è quello di un crocevia di produzione e programmazione culturale di qualità, e questo è l’anno per compiere il salto ulteriore, salto del quale deve fare parte anche una pianificazione strategica a sostegno delle iniziative della vita notturna, secondo forme che non ledano i diritti di nessuno, e che facciano crescere la città.